Valle Sturla

Riviera di Levante

Valle Sturla

Una valle tra il mare e le montagne

La Valle Sturla, conosciuta sin dall’epoca dell’Impero romano, si sviluppa, già, a pochi passi dal mare, nell’entroterra di Chiavari.  La valle è molto verde ed incontaminata.  Sui versanti meglio esposti si può godere di una solarità che ricorda quella delle Cinque Terre.

Chiavari è stata, ed è tutt’ora, in forme diverse, capitale del commercio dei prodotti agricoli e manifatturieri della Valle Sturla, come i pregiati legnami di castagno e le nocciole Misto Chiavari.

E’ proprio per tale motivo che la città rivierasca ha dato il nome a questo misto di cultivar di nocciole autoctone.

La Valle Sturla si può raggiungere percorrendo la statale proveniente da Chiavari. Oltrepassata Borzonasca, capoluogo della Valle Sturla, la strada principale sale fino allo spartiacque appenninico che segna il confine con la vicina val D’Aveto.

La Valle Sturla si trova all’interno del Parco Regionale dell’Aveto insieme alla Val D’Aveto e alla Val Graveglia.

Il Parco dell’Aveto rappresenta una delle aree naturalisticamente più importanti dell’intero Appennino Ligure e custodisce, anche, un patrimonio paesaggistico fortemente antropizzato e storico-architettonico di tutto rilievo.

Il Territorio

Valle Sturla

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Biodiversità agricole, paesaggistiche e antichissime tradizioni contadine

La ricchezza di biodiversità agricola e, quindi, anche gastronomica, è, sicuramente, uno dei valori storicamente indiscussi di questa valle verde e soleggiata.

Anche il foraggio e i fiori abbondano, soprattutto su prati ed alpeggi al di sopra degli 800 metri di quota.

 

Le nocciole Misto Chiavari: una sintesi di biodiversità e saggezza millenaria contadina

La Valle Sturla è stata, e sta tornando ad essere, la patria delle nocciole liguri, con grandi esempi imprenditoriali di successo. Il fondovalle e il suo cuore sono prevalentemente occupati dalle coltivazioni di nocciole Misto Chiavari, un insieme di cultivar locali, selezionate nei millenni dai contadini della valle.

La coltivazione di nocciole registra un’importante ripresa grazie alla recente riscoperta delle antiche cultivar del c.d. Misto Chiavari. E’ una miscela variabile formata soprattutto da varietà spontanee, denominate Dall’Orto, Tapparona, Del Rosso, Savreghetta, Bianchetta, insieme a piccole quantità di Menoia, Longhera e Trietta.

La coltivazione delle nocciole anche, in val Graveglia, val Fontanabuona e bassa val D’Aveto.

Ad inizio ‘900 il Misto Chiavari era richiesto in grandi quantità dalla pasticceria e dall’arte cioccolatiera di famose industrie dolciarie piemontesi.

La rivalutazione del Misto Chiavari è stata possibile grazie alla valorizzazione dell’elemento di biodiversità, rappresentato dalle diverse qualità di nocciole, e del legame autentico tra questo prodotto, la terra e la cultura di origine.

Anche Slow Food, resosi conto del valore delle nocciole Misto Chiavari, ha inteso valorizzarle con la creazione di una Comunità del cibo dedicata ai produttori di nocciola delle valli del Tigullio.

Grazie all’innovazione applicata alla trasformazione e commercializzazione delle nocciole, i prodotti, oggi realizzati da pasticcerie artigianali della zona, sono le creme di nocciola, l’olio utilizzato in cucina e nella cosmetica, il gelato, i dolci artigianali, oltre ad altri derivati come la pasta e la farina.

 

Il Castagno un testimone millenario di storia e saperi contadini

La pianta tipica della valle è il castagno, pianta adatta alle impervie alture appenniniche liguri. Particolarmente suggestivo è il versante settentrionale del monte Ramaceto.

Proprio in Valle Sturla il termine albero, in dialetto, indica, per antonomasia, il castagno.

Il castagno, con i suoi frutti, era oggetto di un rispetto, quasi sacro. I suoi impieghi, oltre alla castanicoltura, erano molteplici. Un esempio è la produzione di legname stagionato, ricavato dagli alberi non innestati. Con questo si realizzavano mobili, utensili, pali e staccionate per uso agricolo e le tipiche scandole, tegole per gli essiccatoi delle castagne. Con i ricci veniva acceso il fuoco, con le foglie raccolte si preparava la lettiga per gli animali, con i teneri polloni si intrecciavano i canestri.

La raccolta delle castagne veniva eseguita, se abbondante, anche, dalle “castagnere” dei paesi vicini, dopo accurati sfalci dell’erba. L’essicazione avveniva in un apposito locale rurale. L’essiccatoio faceva parte della proprietà agricola di quasi tutte le famiglie contadine e ne restano, a testimonianza di questa antica civiltà, pochissimi esemplari. Era molto diffuso tra ‘500 e ‘800, quando le castagne secche e la farina costituivano un pilastro e una scorta, in caso di bisogno, dell’alimentazione contadina.

Le castagne, raccolte nei mesi di ottobre e novembre, erano riposte con la buccia su un grande graticcio e fatte seccare con l’aiuto del calore di un focolaio a legna, acceso al piano terra dell’essiccatoio. Il graticcio lasciava passare il calore e permetteva, così, alle castagne di seccare e quindi di poter essere conservate, anche, per tutto l’inverno. Gli uomini della famiglia, riposte le castagne, una volta essiccate, in sacchi di juta, si prodigavano a sbatterle con grande forza su una superficie per sgusciarle, poi, più facilmente. Gli scarti ottenuti erano utili per accendere il fuoco l’anno successivo. Le castagne secche potevano essere utilizzate così o trasformate presso i mulini in preziosa farina. Della coltivazione dl castagno in Valle Sturla si hanno notizie fin dal 1265. E’ di quell’anno, infatti, un contratto di locazione di terre in Levaggi e Ricroso, nel quale si chiede espressamente di raccogliere annualmente le castagne.

 

Il Castagno: l’albero del pane e il Pan Martìn

Il castagno veniva chiamato, anche, albero del pane, proprio perché era il fulcro attorno a cui girava e si sviluppava gran parte dell’economia rurale dei monti liguri. Qui per ragioni ambientali la coltivazione di altri cereali risultava difficile.

Le castagne erano le protagoniste d’autunno e d’inverno sulle tavole delle famiglie contadine.

Il rispetto per le materie prime autoprodotte e la creatività in cucina hanno ispirato la nascita di ricette dai sapori semplici ed unici, oggi rari, ma ricercati per la loro genuinità, come il Pan Martìn.

Il Pan Martìn, tipico delle Valli Graveglia, Sturla e Vara, è un antico pane, il cui ingrediente principale, come anticipato, è la farina di castagne, con l’aggiunta di una parte di farina di frumento. È un pane scuro, molto gustoso e arricchito nell’impasto anche da noci, ottimo da accompagnare a salumi e formaggi. Per tradizione, le donne di famiglia preparavano questo pane l’11 novembre, per festeggiare San Martino. In tale occasione era utilizzata la prima farina di castagne.

Questo è uno degli esempi in cui la tradizione e la ritualità contadina legavano la sacralità del cibo alla sacralità di molte festività del calendario liturgico. San Martino faceva parte della guardia imperiale, per le ronde notturne e le ispezioni dei posti di guardia. Durante una di queste ronde in un rigido inverno, incontrando un mendicante seminudo, San Martino tagliò in due il suo mantello per condividerlo col povero. In memoria di questo taglio, che segnò la conversione del Santo, sul Pan Martìn viene incisa una croce poco prima della cottura.

Vite e ulivo: un’alleanza millenaria ancora presente in valle!

La vite e l’ulivo rappresentano un’alleanza antica e strategica per la gestione del paesaggio di questa valle e, in generale, di quello ligure.

Dopo l’abbandono generalizzato della terra, in seguito alla Seconda Guerra mondiale, si registra oggi un’inversione di tendenza con interessanti ed innovative realtà presenti in valle.

L’ulivo, da sempre, è presente in questa valle. Ancora oggi è possibile apprezzare bellissimi uliveti sui suoi versanti più soleggiati. L’olio extra vergine di oliva che ne deriva è qualitativamente ottimo, con note aromatiche delicate e profumate. La cultivar locale prevalente è quella Lavagnina, clone locale della Taggiasca della Riviera Ligure di Ponente, che, insieme ad altre cultivar particolari, si è ben adattata, nei secoli, ad un clima sì mediterraneo, ma con influssi montani provenienti dalla vicinissima val d’Aveto.

 

Prodotti dai profumi e dalle ricette antiche, da gustare e acquistare in valle!

La cucina della valle ha, da sempre, un legame profondo con la terra e i suoi frutti ottenuti grazie  al faticoso lavoro dei contadini. La valorizzazione, in cucina, di tutti i prodotti agricoli, nella loro interezza, da parte delle donne, autentiche depositarie delle tradizioni gastronomiche locali, ha sviluppato una gastronomia effettivamente anti-spreco. Quest’ultima era basata, anche, sulla tecnica del ri-uso, utilizzata in alcune ricette come i ravioli, i polpettoni e la cima.

Oggi, questo antico patrimonio gastronomico, con le sue ricchezze culturali, può essere ancora apprezzato e gustato, negli stessi piatti e prodotti, per la loro bontà e genuinità, da intenditori e turisti.  Ciò è possibile grazie al lavoro di recupero della memoria culinaria, portato avanti dagli agriturismi della valle e dagli ultimi custodi dei saperi gastronomici.

 

Ecco le prelibatezze che è possibile assaggiare ed acquistare:

  • la dolcissima farina di castagne e il castagnaccio, dolce tipico fatto con farina di castagne, acqua ed olio evo
  • la baciocca, una torta salata con la sfoglia e al suo interno patate quarantine
  • i ravioli e la cima
  • il prebugiun, un rimescolamento, a caldo, di erbette, patate quarantine ed olio evo
  • le c.d. ruette, biscotti di una fragrantissima pasta frolla, a forma di rotelle, confezionate a Borzonasca con il loro stampo antichissimo
  • formaggi di vacca, capra e pecora che si alimentano liberamente al pascolo
  • olio extra vergine di oliva, olive, vino, miele e salumi
  • nocciole Misto Chiavari, gelati e dolci a base di nocciole

 

 

Possibilità di escursioni nella natura, tra storia, archeologia, arte, gastronomia e sport!

Oltre all’Abazia di Borzone, vicino ad essa, ad attirare la curiosità e lo stupore, non solo degli storici è il Volto Megalitico di Borzone, nel comune di Borzonasca. Questa scultura molto suggestiva sembra posta a protezione della vallata secondaria del Penna e delle antiche vie di comunicazione tra il Tigullio e la Pianura Padana.

Il Volto Megalitico, lungo la strada per Zolezzi, consiste in una scultura rupestre paleolitica, denominata Volto di Cristo. In essa è rappresentato un volto umano alto circa 7 metri e largo 4. Gli autori e la datazione sono incerte. Circa la realizzazione di quest’opera si sono sviluppate diverse ipotesi legate ad un fenomeno naturale oppure ad una manifestazione artistica di epoca preistorica. La tradizione popolare ritiene, invece, che si tratti di un’opera dei monaci dell’Abazia di Borzone.

Chiesa di San Martino di Licciorno (Borzonasca): non lontano dal Volto Megalitico di Borzone, spingendosi nel bosco, si possono raggiungere i ruderi della Chiesa, risalenti all’XI secolo, di origine romanica e ampliata in età barocca. Fu la prima chiesa parrocchiale di Sopralacroce.

Il rifugio Malga Zanoni si trova sulle alture di Borzonasca, alle pendici del Monte Aiona a 1100 m slm., in origine una malga utilizzata per il pascolo estivo del bestiame, è stata restaurata dal Parco dell’Aveto. Sulla grande terrazza panoramica del rifugio è possibile godere di una vista mozzafiato, a picco sul Golfo del Tigullio, dalle montagne sino al mare.

La Malga Perlezzi, è ubicata poco sopra la frazione Perlezzi (Borzonasca), e più precisamente sul versante sud del Monte Aiona. La malga, restaurata dal Parco dell’Aveto, è una delle poche quasi interamente recuperate in Liguria. Tuttavia la sua funzione, oggi, è quasi esclusivamente turistica. Rappresenta, comunque, tuttora, un importante punto di riferimento per i pascoli estivi degli allevatori del territorio.

Il rifugio di Prato Mollo (Borzonasca) si trova sul Monte Aiona a 1500 m slm, di fronte ad un pianoro da cui prende il nome. Questo rifugio, è un altro punto di riferimento per le escursioni nel Parco dell’Aveto.

Il lago di Giacopiane (Borzonasca) è un bacino artificiale a 1020 m slm. Rocce di grande interesse geologico e foreste di faggi circondano il lago. Per questa escursione è necessario ritirare il permesso presso il Comune e i bar della zona.

Presso il Laghetto del Bocco (Mezzanego) è stato allestito dal Parco dell’Aveto un Sentiero Natura, accessibile ai disabili, con pannelli illustrativi, panche e tavoli. Questo sentiero permette di osservare la flora delle zone umide d’altitudine.

Nei pressi del Laghetto del Bocco si trova il Rifugio “A. Devoto” del Passo del Bocco, alle pendici della faggeta del Monte Zatta, lungo il percorso dell’Alta Via dei Monti Liguri.

La faggeta del Monte Zatta è una delle più grandi e rigogliose faggete della Liguria. Qui è stato realizzato il Sentiero Natura della Foresta del Monte Zatta (Mezzanego), sviluppato ad anello con pannelli illustrativi.

Il Bosco Giardino (Mezzanego) è un giardino botanico realizzato recentemente dal Parco dell’Aveto. Qui è possibile conoscere elementi floristici degli habitat tipici dell’Appennino Ligure ed alcuni caratteri fitogeografici ed ecologici dell’area protetta.

 

 

L’Abazia di Borzone: storia di una chiesa, storia di una valle

Il complesso religioso dell’Abazia di Borzone, dall’eccezionale valore storico ed artistico, assieme all’unico cipresso ultracentenario sopravissuto (in origine erano tre), si affaccia sulla verde vallata in un luogo solitario e suggestivo. Da Borzonasca, seguendo l’indicazione per Borzone, si arriva alla Chiesa attraverso terreni terrazzati e boschi di castagno.

Storico monastero, dipendente in origine da San Colmbano di Bobbio, fu elevato in abbazia a partire dal 1184 da Ugone della Volta, arcivescovo di Genova, che la donò ai benedettini di Marsiglia, per la bonifica e messa a coltura della valle.

L’origine dell’insediamento religioso pare però essere più antica.

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